LEHMAN TRILOGY, l’epico testamento di Ronconi

Lehman Trilogy, l’ultimo lavoro di Luca Ronconi, è già stato definito il suo Testamento artistico. Uno spettacolo di cinque ore, diviso in due parti. Il testo omonimo è un del drammaturgo e regista Stefano Massini, edito da Einaudi e tradotto in quattordici lingue.
Da un lato, la scelta di proporre un testo contemporaneo scritto in italiano, senza l’intervento di alcuna traduzione, dall’altra il salto nel vuoto portando in scena qualcosa che non è stato scritto per essere rappresentato, ma per la lettura.
L’esperienza, la creatività e il genio hanno fatto il resto. Uno spettacolo che nonostante il tema, la durata e la sua complessità vola alto e si preannuncia diventare una pietra miliare del teatro contemporaneo italiano nel mondo. Necessario, urgente, indispensabile.

lehman-brothersLehman Trilogy copre centosessanta anni di storia della famiglia Lehman. Il giovane Hanry arriva in Montgomery, Alabama, da Rempar, un piccolo paese della Baviera e qui apre un negozio di abbigliamento e prodotti tessili “H.Lehman”, dopo qualche anno, lo raggiungerà Imanuel, ma solo con l’arrivo del fratello minore, Mayer, la società diventerà “Lehman Brothers”. La guerra di Secessione, la crisi del ’29, la Seconda Guerra Mondiale e il successivo boom economico degli anni ’50 e ‘60 fanno da sfondo all’impero finanziario che i Lehman hanno costruito in America.
Gli sviluppi economici della famiglia negli anni son dovuti principalmente al lavoro di mediazione. Prima tra i coltivatori di cotone e i grandi industriali tessili, poi tra banche e consumatori e in seguito tra società e azionisti, in Wall Street, quando la mediazione raggiunge il livello più alto e insieme più astratto.
Non a caso lo spettacolo è stato rappresentato anche alla Borsa di Milano, che per la prima volta ha aperto le sue porte ad un evento del genere.

La partitura drammaturgica utilizza l’espediente del rapporto uomo-denaro per raccontare molto altro: la storia americana, come già detto, i profondi eppure inevitabili cambiamenti generazionali, l’identità culturale di un popolo. I fratelli Lehman sono ebrei radicati alla propria condizione israelitica, che però sono stati trapiantati in un nuovo contesto, quello americano, ed inevitabilmente, con il tempo, assorbono qualcosa della nuova cultura, perdendo qualcosa della propria tradizione.

lehmanLa scenografia di Marco Rossi è essenziale, minima, lontana dalle macchinose scene che caratterizzano gli spettacoli di Ronconi. Solo tre pareti bianche che delimitano lo spazio in cui si muovono gli attori. Una scelta che, probabilmente, vuole valorizzare al massimo gli attori e il testo. I personaggi (Ronconi li chiamerebbe figure) non dialogano tra di loro. O almeno, non soltanto. Ma si raccontano e raccontano. Sono insieme personaggi e narratori onniscenti. Il risultato è di forte impatto. La concentrazione resta sempre vigile per tutta la durata dello spettacolo, anche se le due parti sono molto diverse tra loro, risultato di due tipi di scrittura molto diversi. La prima, I tre fratelli, ironica e autoironica con un ritmo incalzante. La seconda, Padri e figli, più drammatica, con un andamento altalenante, ora serrato, ora lento.

La regia, che risulta semplice e lineare, ma che come tutte le cose semplici hanno bisogno di un lavoro di grande costruzione dietro, è quasi cinematografica. luca-ronconiGli attori si scagliano sullo sfondo del palco e occupano posizioni diverse in base all’importanza che il regista vuole dare in quel momento a quell’attore per quella battuta. Chissà cosa avrebbe realizzato la mente di Ronconi dietro una macchina da presa.
Uno spettacolo lucido, lineare, come lo ha definito Massimo Popolizio: “un barocco al contrario”, in cui Ronconi lavora a togliere.

Sul palco una compagnia d’eccezione che ha già ricevuto premi importanti (Premio Ubu allo spettacolo dell’anno 2015 a Luca Ronconi, Premio Ubu al miglior allestimento scenico a marco Rossi, Premio Ubu al miglior attore a Massimo Popolizio). Massimo Popolizio, magistrale nel ruolo di Mayer Lehman e Massimo De Francovich, preciso e impeccabile nei panni del primogenito Henry hanno collaborato con Luca Ronconi in molti dei suoi spettacoli fino ad assorbirne tecniche e metodi. Fabrizio Gifuni con la sua fisicità ha caratterizzato il personaggio di Imanuel in tutte le sue sfumature.lehman2
La prima parte si conclude con l’inizio del nuovo secolo che porta con sé inevitabilmente dei profondi cambiamenti. L’aspetto psicologico, nell’accezione freudiana del termine, caratterizza i figli e i nipoti dei fratelli Lehman. Philip Lehman (il bravissimo Paolo Pieroboni) incarna questo cambiamento nella seconda parte.  Non solo con la nuova mentalità da businessman, ma anche nelle sue nevrosi compulsive che saranno poi amplificate dal figlio Bobby (il giovane e talentuoso Fausto Cabra), prototipo dell’uomo del ‘900.

Lo spettatore non ha strumenti se non quello dell’attenzione per districarsi all’interno del testo di Massini, né Luca Ronconi si propone di tracciare linee guida con la regia. Non vi sono soluzioni, il finale è aperto eppure completo.
Lehman Trilogy potrebbe essere anche il sunto più compiuto della ricerca artistica di Luca Ronconi che tanto ha dato al teatro italiano e che ora, anche se non c’è più, accompagna per mano gli attori, proprio come fanno i patriarchi Lehman con i loro figli dopo la loro dipartita.

Uno straordinario atto d’amore nei confronti del teatro e del pubblico.

 

 

di Stefano Massini
regia Luca Ronconi

con (in ordine di apparizione) Massimo De Francovich, Fabrizio Gifuni
Massimo Popolizio, Martin Ilunga Chishimba, Paolo Pierobon, Fabrizio Falco
Raffaele Esposito, Denis Fasolo, Roberto Zibetti, Fausto Cabra
Francesca Ciocchetti, Laila Maria Fernandez
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper
foto Luigi La Selva

produzione Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

TEATRO ARGENTINA
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