FRATTO_X, la semplificazione delle identità

Fratto_X di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, il secondo spettacolo della trilogia Civiltà Numeriche al teatro Vascello, è un’opera crudele, in cui il sorriso è l’unico strumento per difendersi dalla sua tragicità.
Se in 7-14-21-28, la performance precedente, si intravedeva il tema della libertà individuale, Fratto_X racconta (in una forma che appartiene solo alla coppia) la semplificazione e quindi l’annullamento dell’identità. «Si muore per eccessiva semplificazione»

Chiunque è posto al di sopra o al di sotto della linea che separa il numeratore dal denominatore rischia di essere depennato appena possibile.

fratto_x-foto-stefania-saltarelliTutti interpretano un ruolo, diventando così copie infinite, che reprimono per paura, ansia o per convenienza la propria personalità. La relazione con l’amante, l’amico, persino con se stessi diventa un copione che si ripete all’infinito, affollato da tipi umani più che da individui, che si imitano vicendevolmente, confondendosi.

In questo quadro, la critica di Rezza alla cultura in tutte le sue forme è feroce, da quella più alta e per questo intoccabile (I fratelli Karamazov) a quella più popolare (la televisione in particolare). Anziché risvegliare le coscienze, la cultura è complice dell’appiattimento, del pensiero omologato, dell’allontanamento dell’uomo dall’uomo. E’ diventata dottrina. E lo spettatore? «Lo spettatore è l’anello debole della catena, tutto tramonta di fronte allo spettatore».

“La spensieratezza va stroncata alla nascita” è la prima battuta.03-fratto_x-i-due-a-terra L’uomo, per sua natura, è portato a farsi domande, porsi dei dubbi, mettersi in discussione. Ma adesso è  sempre più aperto alla persuasione di massa e meno disposto ad una reale autocritica. La conseguenzaè che l’essere umano assomiglia sempre più a un automa telecomandato.

In un lungo dialogo sull’esistenza, Rezza, come un ventriloquo, pone domande e impone la sua voce all’interlocutore, che lo asseconda con il labiale, conscio di essere solo uno strumento.

Pensieri che intrappolano il corpo. Manipolazione. Rezza muove i fili, come un burattinaio. E non lo fa solo con Timoty, il telecomandato che ricorda nella forma essenziale un uomo (la testa è un palloncino fragile, che potrebbe liberarsi e volare alto, ma che invece scoppia) o con l’attore in scena (Ivan Bellavista), lo fa anche con il pubblico, che è costretto a subire.
Un guerriero con tanto di mantello, corona e scettro costringe gli spettatori, illuminandoli, a diventare ciò che lui li impone di essere. Vivendo, ancora una volta, di luce riflessa. Ma da dove viene questo guerriero, qual è il suo scopo, la sua storia? Non è dato saperlo. La forma, ancora una volta, si impone e annulla, semplifica la sostanza.

fratto-xAntonio Rezza e Ivan Bellavista si muovono nell’habitat creato da Flavia Mastrella. Due lunghi drappi color carne si incrociano sul palco a formare una X: il divieto. Da qui si sprigiona l’azione, o meglio l’inazione. Dal punto in cui la X si congiunge i personaggi annaspano, intrappolati da un ammasso di carne in cui è impossibile agire, liberarsi. L’incognita li paralizza e li sommerge, facendogli perdere persino le sembianze di uomini.

Rezza non interpreta i personaggi, non esprime stati d’animo, non vuole emozionare. Il suo corpo, la sua voce, gli elementi della scena sono strumenti con cui cerca di esplorare la realtà. Senza logica, senza regole -e per questo senza limiti- discorre di filosofia, di etica, di psicologia: comunica. Scaraventa sul pubblico sprazzi di follia e di verità con precisa ed esperta professionalità. E il pubblico li coglie.

Quello di Rezza è uno dei pochissimi esempi di teatro dell’assurdo in Italia. L’abbandono della struttura drammaturgica tradizionale a cui siamo abituati (un’altra forma che ci imprigiona), il rigetto del linguaggio logico-consequenziale e l’esasperazione delle situazioni, dei movimenti, dei ritmi, delle voci, sono fondamentali per arrivare alla sponda opposta su cui siamo seduti (comoda certo, finanche sicura, ma che si poggia su sabbie mobili, pronte a risucchiarci da un momento all’altro).teatro-sullacqua-fratto-x-2

Quanto ci sarebbe da dire ancora su uno spettacolo che in appena un’ora e mezza ha espresso  molto di più anche di quello che, probabilmente, si era proposto. E non solo con la parola. I linguaggi utilizzati sono molteplici. È uno spettacolo che forse non si capisce fino in fondo, ma che di certo si sente, smuove, turba.

Il teatro di Rezza e Mastrella è unico. L’urgenza di quello che mettono in scena è palpabile. E questa è una rarità che da sola basta a comprare un biglietto.


Di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
con la partecipazione di Timoty GraNGER
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat di Flavia Mastrella
collaborazione alla regia e all’ispirazione Massimo Camilli
disegno luci Mattia Vigo
riprese sonore Massimo Simonetti
organizzazione Stefania Saltarelli

una produzione
Fondazione TPE
TSI- La Fabbrica dell’Attore- Teatro Vascello Rezza Mastrella